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Approfondimenti - Diana Barillari

L’architettura per il Frenocomio di Trieste, storia e progetto (1896-1908).

Diana Barillari

Prologo al concorso, viaggi d'istruzione e programma

Nel 1895 il problema di un nuovo manicomio a Trieste sembra finalmente avviarsi a una soluzione, tanto che oltre alla scelta del terreno - tra Cologna e Roiano - si definisce la partecipazione della sola provincia istriana, poiché Gorizia ha optato per una realizzazione autonoma. Così nel 1896 la Delegazione municipale incarica i capi dell'ufficio tecnico e di igiene di compiere un viaggio di istruzione presso i manicomi italiani di più recente costruzione - Firenze, Quarto al mare, Collegno e Brescia - dopo che l'anno precedente le tappe erano state Alt-Scherbitz in Germania e Gugging in Austria . L'itinerario fa parte di un modus operandi che è comune alle scelte importanti che si prendono a Trieste come in tutto l'impero quando si tratta di affrontare un'opera pubblica di rilievo; architetti, ingegneri, dirigenti, tecnici amministratori, consiglieri percorrono l'Europa e non solo, disegnando una geografia della conoscenza che torna utile per comprendere i motivi di alcune scelte, frutto di un metodo che ha l'innovazione tra le proprie linee guida.

Tale assunto è dichiarato in maniera inconfutabile dal podestà Ferdinando Pitteri che portando all'approvazione del consiglio cittadino il programma al quale dovranno attenersi i partecipanti al concorso internazionale per la costruzione, si dice "certo, anzitutto che il futuro nostro Frenocomio dovrà avere un carattere di assoluta modernità e dovrà quindi essere costruito in modo da permettere all'alienato la più ampia libertà compatibile con le sue condizioni". Modernità e libertà sono i due punti fermi del programma che dal punto di vista medico si fonda sulle recenti teorie psichiatriche che hanno radicalmente mutato il modo di curare la malattia mentale, proprio a partire dagli spazi in cui la cura viene esercitata, abolendo quindi "muraglie" e "disposizioni simmetriche" .

Questa volontà di modernità è documentata proprio dall'itinerario del viaggio d'istruzione poiché i manicomi visitati sono i centri di eccellenza europei, in particolare Alt-Scherbitz dove il direttore Albrecht Paetz applica le teorie più innovative, quelle dell' open-door system che dal punto di vista architettonico si traduce nella realizzazione di frenocomi "aventi carattere di villaggi aperti, formati da parecchie ville e case rustiche, situate a relativa distanza tra loro e disposte in maniera tale da escludere qualsiasi concentrazione di alienati in un medesimo punto. In questi padiglioni leggieri, isolati, senza simmetria e formanti quasi un aggruppamento di abitazioni particolari, è proscritta qualsiasi idea di sequestro" . Nella sua relazione il podestà illustra anche gli inconvenienti del sistema, riassumibili nell'aumento di costi per la sorveglianza oltre che per la necessità di rendere autonomi i padiglioni per quanto riguarda i servizi, mentre in una struttura centralizzata, che è certamente più costosa in fase di realizzazione, questi si ammortizzano sotto il profilo della gestione. Gli esempi più rilevanti di manicomi costruiti secondo questi criteri si trovano in Italia, dove sembra si "tema la soverchia libertà dell'alienato" e prevale la necessità di tutelare la sicurezza dei cittadini dai rischi delle "evasioni di pazienti pericolosi per essi" .

Il sistema aperto comporta costi più elevati ma soprattutto richiede una scelta di fondo che ha come chiave di volta la percezione della malattia mentale da parte della società: a favore del sistema a porte aperte e a dissipare i dubbi del podestà stanno sia "il consiglio di insistenti psichiatri della nostra città e più di tutto il desiderio vivissimo, certamente condiviso da quest'inclito Consiglio, di seguire sempre le idee di progresso" . I rischi dell'assoluta modernità si scontrano con il bisogno di sicurezza della società, desiderosa di protezione contro "le escandescenze e il disequilibrio mentale degli alienati" , un'esigenza che viene subordinata alla possibilità di restituire alla società stessa coloro che possono essere guariti. Inoltre se gli stabilimenti hanno costi maggiori per la sorveglianza, questi sono compensati da un numero minore di ricoveri, cosicché anche sotto il profilo economico la prospettiva più vantaggiosa è quella che viene proposta, anche se, forse per anticipare le critiche, il podestà spiega che il criterio di libertà non verrà spinto all'eccesso, ma si terrà conto "delle nostre peculiari condizioni di ubicazione, e della qualità dei nostri alienati" . Si propone una modernità che tenga conto del fatto che gran parte degli alienati a Trieste appartiene alle classi sociali più deboli, quindi va escluso il lusso eccessivo preferendo la configurazione di un ambiente che abbia carattere di familiarità con quello di provenienza. Il punto di mediazione che si auspica è quello di un sistema misto, con un accentramento per i servizi generali, mentre è concessa la massima autonomia ai padiglioni, che non sono più separati da muri, ma da siepi e steccati e collegati da viali.

Dato che le teorie mediche considerano il lavoro manuale una delle terapie più efficaci per la cura degli alienati, la presenza della colonia agricola diventa fondamentale, tanto che in fase di progettazione si raccomanda di tener conto della possibilità di ulteriori ampliamenti, poiché la sua funzione è quella di ospitare i tranquilli. Il programma medico prevede inoltre la zona servizi con la cucina, la lavanderia a vapore, il padiglione per la disinfezione e quello di amministrazione. Vi sono infine i padiglioni clinici suddivisi in reparti per uomini e donne che comprendono osservazione, semi agitati, agitati, sucidi e paralitici, le ville paganti, i padiglioni tranquilli e quelli per i contagiosi, gli edifici con i laboratori , la chiesa e la necroscopia. Nel programma è compreso anche l'edificio per l'idroterapia con 20 vasche da bagno, che sarà poi eliminato, dato che si preferirà rendere autonomi i singoli padiglioni.

Vicende del concorso 1896-1897

I resoconti delle sedute tenutesi in consiglio comunale riportano le proposte bocciate, ma non per questo destinate all'oblio: a tale proposito sono rimarchevoli e degni di attenzione gli interventi di Eugenio Gairinger , ingegnere-imprenditore protagonista delle vicende edilizie più significative per lo sviluppo cittadino, quali la realizzazione dei magazzini di porto vecchio. L'ingegner Gairinger (che presiede il comitato alle pubbliche costruzioni) è contrario al concorso in quanto ritiene che per affrontare un tema di primario interesse per la città come il manicomio l'incarico dovrebbe essere conferito a un professionista locale, ma dato che il consiglio ha optato per il concorso, chiede e ottiene di non limitare la partecipazione ai soli residenti nel regno d'Italia e nell'impero asburgico, ma di aprirla a livello internazionale . Dopo aver valutato i dodici progetti presentati la giuria presieduta da Moisè Luzzatto decide di non conferire il primo premio, ma di utilizzare l'importo per creare altri due secondi premi: ne risultano così tre ex aequo assegnati ai progetti degli architetti Morin Goustiaux e Paul Le Cardonel di Parigi, all'ingegner Peveling di Eberwalde (Berlino) e al gruppo formato dagli ingegneri Vincenzo Canetti (Vercelli), Luigi Mazorana (Trieste) e dall'architetto Lodovico Braidotti (Trieste) che hanno presentato il progetto dal motto "Labor optat praemium" .

La decisione adottata sembra rendere ragione alle considerazioni di Gairinger ma è altresì da ricordare che nel bando il comune si "riservava la decisione sulla esecuzione dell'opera" secondo una prassi piuttosto diffusa nelle amministrazioni che sfruttano, allora come oggi, l'occasione del concorso quale contributo di idee. La delegazione municipale infatti, oltre ai tre premiati, acquista alcune parti dei progetti segnalati dalla giuria, quelli con i motti "Salve Tergeste", "Humanitè" e "Messo t'ho innanzi, omai per te ti ciba" . Dal momento che per il progetto che fosse stato presentato con il motto, il bando prevedeva l'apertura della busta con il nome dell'autore solo nel caso di assegnazione del premio, i tre segnalati sarebbero rimasti anonimi, se l'autore del terzo progetto non avesse donato i disegni e la relazione accompagnatoria al comune . Si tratta dell'ingegner Sansone Venezian uno dei tre soci dell'impresa di costruzioni che avrebbe vinto la gara d'appalto per la costruzione del complesso; se si considera poi che tra i partecipanti vi è anche il futuro incaricato della progettazione, l'architetto Braidotti, allora la vicenda del concorso diventa rilevante per gli sviluppi ulteriori.

Anche se i requisiti funzionali e distributivi sono prioritari nelle valutazioni della giuria, l'architettura e lo stile dei progetti premiati o segnalati vengono esaminati con cura: si va da un generico giudizio di "architettura bella che si adatta abbastanza bene al sito" del gruppo Braidotti-Canetti-Mazorana, al "Rinascimento tedesco" dell'ingegner Peveling che riceve un plauso particolare anche se presenta una variante caratterizzata da tetti con forte pendenza. Del progetto Goustiaux-Le Cardonel conosciamo "il carattere di leggiadria agreste" degli edifici della colonia agricola, mentre i commissari bocciano l'architettura in "stile inglese" del progetto "Humanité" in quanto "presenterebbe forse eccessivo distacco dalla architettura del paese" . Le diverse soluzioni offerte sono la conseguenza delle richieste di diversificazione tra gli edifici che sul piano stilistico si possono comportano l'adozione dell'eclettismo, il più adatto grazie alla sua flessibilità a corrispondere a varie esigenze.

Ma sono soprattutto le tavole con la planimetria del complesso a rivelare che la soluzione dei tanti problemi connessi al sistema misto richiesto dal programma impegnò molto i concorrenti, con esiti che la giuria considerò insufficienti per l'assegnazione del primo premio .

Il progetto Lorenzutti, 1897

In mancanza di un vincitore la redazione del progetto (3.11.1897) viene affidata a Ettore Lorenzutti direttore dell'ufficio tecnico comunale già segretario della commissione di concorso. A questa soluzione si oppone Gairinger che ribadisce ai consiglieri l'opportunità di avvalersi di un professionista cittadino dal momento che al concorso hanno partecipato "gruppi di ingegneri triestini, con progetti che raccolsero il plauso della Giuria e furono ritenuti degni di premio" ; e anche in questo caso gli sviluppi successivi testimonieranno la lungimiranza dell'ingegnere.

Ma le critiche più forti sono rivolte al terreno acquistato per la costruzione che presenta gravi inconvenienti, messi in luce proprio a seguito degli studi fatti per il concorso. L'occasione per ribadire le proprie convinzioni si ripresenta due anni dopo quando il consiglio (24.5.1899) deve deliberare l'approvazione del progetto Lorenzutti che a parere di Gairinger è criticabile anche in ordine alle scelte architettoniche, svelando la conflittualità esistente tra l'ufficio tecnico e la commissione alle pubbliche costruzioni che l'ingegnere presiede.

A suo dire il progetto Lorenzutti è troppo costoso, perché realizzato con una "soverchia ricchezza architettonica" che risulta inopportuna dato che in campagna dove "l'estetica richiede costruzioni rustiche" si vorrebbe creare "uno stabilimento con riguardi stilistici decorativi di prim'ordine, mentre non dobbiamo dimenticare che noi qui, in città, abbiamo edifici comunali costruiti anche recentemente, con una economia assolutamente eccessiva, e la massima meschinità architettonica" .

Il quadro che emerge dalle critiche è quello di un "attrito" sul nodo della qualità architettonica, che vede su fronti contrapposti una commissione che "voleva sempre un po' di architettura se non ricca per lo meno estetica" mentre l' ufficio tecnico "per riguardi di stretta economia o mancanza d'iniziativa, cercava di risparmiare nelle costruzioni tutto quello che rifletteva l'ornamentazione e perfino il decoro edilizio" . Il progetto per il manicomio di Lorenzutti costituisce una palese contraddizione al criterio finora seguito tanto che a parere di Gairinger "l'edificio per l'amministrazione potrebbe essere adattato per una biblioteca cittadina o per un piccolo Parlamento" : una valutazione che trova conferma nelle tavole del progetto nelle quali trionfa l'architettura eclettica distribuita con ridondante generosità, adattando le tante componenti del revival rinascimentale alle diverse destinazioni d'uso.

Se il dottor Costantini ricordava gli effetti terapeutici dell'estetica sui malati, lo stesso termine per l'ingegnere si declina in termini di decoro, da assumere secondo l'interpretazione di Vitruvio, in base alla quale l'architettura deve essere coerente con il sito, la destinazione d'uso, i materiali, le tecniche, la committenza, il costo, cosicché "per un manicomio in mezzo al verde" Gairinger vede più adatte delle costruzioni rustiche, in coerenza ai principi dell'Eclettismo che a ogni tipologia di edificio abbina lo stile confacente, alla cui definizione concorre l'identità di un territorio intesa come intreccio di arte, società e storia. Infatti il progetto "Humanité" era stato criticato a causa degli edifici ideati con uno stile estraneo alla città di Trieste, e al contempo alcune scelte di Lorenzutti erano apparse fuori contesto considerata la destinazione d'uso del complesso.

Nonostante le critiche il progetto Lorenzutti viene approvato e nel mese di ottobre 1899 la delegazione dispone l'avvio dei lavori di sterro e livellazioni del fondo, interrotti quando il Governo comunica su quel terreno è previsto il passaggio della nuova linea ferroviaria Trieste-Gorizia. La sospensione dei lavori (16.11.1900) diventa definitiva dopo che la Ferrovia meridionale ha confermato l'ubicazione del tracciato, innescando una revisione radicale del progetto.

Il progetto Braidotti, 1902-1903

Durante la seduta consiliare del 5 e 6 novembre 1901 nell'ambito di una discussione complessiva sulla questione ospedaliera triestina - si deve votare il completamento dell'ospedale per le malattie contagiose, l'ospedalizzazione dei tubercolosi e la costruzione dell'ospizio per i malati cronici - vengono valutate diverse offerte per l'acquisto dei fondi, tra le quali quello ex Rumer degli eredi Cronnest in Guardiella, dove poi sarà costruito il manicomio. Considerata la lungimiranza dimostrata non sorprende che Gairinger sia chiamato a presiedere la commissione consiliare per la scelta dei terreni e anche se il tema è l'ospizio per i cronici è ipotizzabile che nel corso dei lavori venga affrontato il problema del manicomio. Quanto radicale sia la svolta operata lo documentano le decisioni assunte dalla delegazione il 20 gennaio 1902 quando, oltre a cambiare il sito, tagliare i costi di un progetto sovradimensionato per i bilanci cittadini (51 edifici, 36 per il manicomio e 15 per la colonia agricola) viene tolto l'incarico a Lorenzutti per assegnarlo a un professionista esterno, che dovrà essere scelto dalla commissione alle pubbliche costruzioni. A livello ufficiale la rimozione è motivata dall'impossibilità di esonerare Lorenzutti dalle altre mansioni dell'ufficio tecnico o di assegnare uno o due ingegneri in via esclusiva alla progettazione del manicomio, ma si può cogliere anche la sconfessione di una linea operativa fallimentare, che finisce per colpire il livello tecnico più che quello politico.

La scelta di affidare a Braidotti il progetto per il manicomio matura nell'ambito del sotto-comitato alle pubbliche costruzioni presieduto da Gairinger che può così concretizzare tutte le proposte che aveva caldeggiato per anni. Il curriculum professionale di Braidotti è quello che meglio incontra le competenze richieste per l'incarico, nella sua preparazione coniuga cultura tecnica (studi al Politecnico di Vienna, servizio presso la Ferrovia meridionale) e artistica (docente dal 1894 presso la Staatsgewerbeschule, sezione edile). Nell'arco di tre mesi il progetto di massima viene elaborato e il 22 maggio 1902 con trentanove voti a favore su quaranta è approvato dal consiglio comunale.

Dalla relazione presentata dalla commissione e dal sottocomitato alle pubbliche costruzioni risulta che in questa fase la progettazione è una elaborazione collettiva alla quale partecipa Braidotti, che può contare sull'esperienza di alcuni dei componenti, in particolare l'architetto Ruggero Berlam.

Ribadito che il programma è quello votato nel 1896 le modifiche apportate sono imputabili, più che al nuovo sito, alla necessità di ridurre la spesa: il progetto prevede un manicomio con 480 posti letto con possibilità di ampliamento a 800, adeguato agli ultimi indirizzi della tecnica manicomiale "volgente a un eclettismo che molto si adatta alle speciali condizioni locali" . Se poi si trasferisce il vocabolo dall'ambito medico a quello architettonico la simmetria che ne risulta è illuminante per quanto riguarda l'orientamento stilistico.

Il cambiamento più significativo è la sostituzione della colonia agricola con il villaggio del lavoro, per il quale è sufficiente un numero inferiore di edifici. Tali principi comportano nuovi criteri distributivi che si basano sulla realizzazione di "quartieri bene distinti e disposti a seconda delle esigenze nel trattamento speciale ad ogni riparto" che procedendo da valle verso monte presentano, le ville per paganti di prima e seconda classe con la sala per concerti, l'edificio per la Direzione e l'Amministrazione, i padiglioni per l'osservazione, il quartiere per agitati, i padiglioni per sucidi e paralitici, i servizi generali - cucina, lavanderia, disinfezione, sala macchine e caldaie, carbonile - il quartiere per i tranquilli, il villaggio del lavoro (chiesa, casette rustiche, serra, laboratori), ospedaletto per le malattie contagiose e necroscopia. Tale sistemazione è agevolata dall'orografia del sito, situata "sul dorso di un contrafforte del monte Calvo" la cui pendenza è definita "dolce acclività". Le condizioni del terreno consigliano di disporre gli edifici perpendicolarmente alla maggior pendenza e questo spiega l'origine dell'asse viario principale che attraversa tutto il complesso da valle (via San Cilino) a monte (nuova strada per Opicina ora via Valerio), suddividendolo in due aree quasi uguali, una riservata alle donne a l'altra agli uomini, mentre a metà circa si trovano i servizi generali.

Con l'adozione del sistema delle porte aperte la progettazione assume una dimensione a scala urbana oltre che paesistica, cosicché la viabilità e il verde diventano elementi cardine insieme all'orografia dei luoghi. Se l'edificio più famoso del manicomio viennese Am Steinhof è la celebre chiesa (1902-1904) di Otto Wagner, bisogna considerare che l'architetto ideò il disegno complessivo, confermando l'interesse per i legami tra architettura e urbanistica che aveva sviluppato sia a livello teorico nella Moderne Architektur , sia come vincitore del concorso per il piano regolatore di Vienna (1892-3). Dal momento che nell'urbanistica il "momento funzionale deve essere preponderante" e pertanto il compito dell'architetto è quello di "valorizzare artisticamente le premesse funzionali" , non stupisce che nella realizzazione del manicomio Wagner abbia chiesto di essere associato in qualità di consulente artistico, così come era avvenuto per la metropolitana viennese (1894-1900) .

L'interesse del maestro per la progettazione a scala urbana condiviso con gli allievi della Wagnerschule e altri esponenti della Secessione Josef Hoffmann (Höhe Warte) e Josef Maria Olbrich (colonia per artisti a Darmstadt) costituisce un punto di riferimento per Braidotti che in ottemperanza ai dettati della committenza persegue obiettivi di modernità, punto nodale del dibattito in corso.

A Trieste come a Vienna il terreno prescelto è caratterizzato da una pendenza che determina le scelte distributive, oltre a influire sul budget a causa delle opere di infrastrutturazione che richiede, dagli sterri alle strutture di contenimento . Molti studiosi hanno sottolineato la stretta connessione tra la planimetria dello Steinhof e il progetto Artibus (1880) - la città delle arti - che Wagner ideò ispirandosi alla sistemazione proposta da Fischer von Erlach per Schönbrunn . L'attrazione che l'architettura barocca ha esercitato su Wagner e altri esponenti del modernismo mitteleuropeo - da Max Fabiani a Friedrich Ohmann- si coglie proprio nella progettazione dei grandi complessi che si ispirano alle residenze imperiali. Le geometrie dei viali e dei giardini che intersecano gli edifici riflettono le linee guida di una composizione basata su "punti di quiete e di concentrazione" validi, a detta di Wagner, per tutte le scale della progettazione, dall'urbanistica all'arredamento . Questo universo dove coesistono ordine e movimento costituisce il punto di forza dell'estetica barocca che, proprio grazie alla molteplicità dei punti di riferimento risulta più adatta a interpretare la sensibilità dei tempi moderni e forse costituisce un efficace paradigma per rappresentare l'utopia terapeutica dei manicomi. Analizzando la planimetria del manicomio ideata da Braidotti si apprezza l'impegno profuso per soddisfare la richiesta fatta nel programma di un sistema misto atto a salvaguardare l'istanza della libertà terapeutica con le esigenze di sicurezza, i diversi settori sono ben separati tra di loro e a rendere piacevole il sito concorrono sia la posizione che lo studio accurato del verde, che entra a pieno titolo come elemento della progettazione, come si può rilevare nella grande tavola della planimetria generale datata 1903. Lo spazio a disposizione risulta sovradimensionato poiché alcuni edifici previsti nella zona a valle - ville paganti, due padiglioni per i cronici e quello antistante l'edificio Ralli - non verranno realizzati, lasciando la possibilità di futuri ampliamenti oltre che nelle aree previste da Braidotti nella zona del villaggio del lavoro..

Quel carattere decentrato che connota il sistema delle porte aperte è adottato nelle diverse aree funzionali, a eccezione della zona con i padiglioni per i malati soggetti a cure mediche - agitati, sucidi e paralitici - anche se per evitare la monotonia del sistema accentrato ogni padiglione è diverso da quelli adiacenti. Dall'uniformità si rifugge anche grazie all'architettura degli edifici, infatti il loro aspetto deve essere "vario e gaio, raggiungendo un concetto artistico con la disposizione delle masse, colla ripartizione dei fori, col modo di costruzione, coi materiali e col colore. I giardini, i viali e gli orti completeranno il quadro" . In queste indicazioni riecheggia la concezione cardinale dell'estetica del Pittoresco, che si origina dall'intreccio tra architettura e giardini attribuendo centralità al contesto ambientale così come si propongono di fare le teorie psichiatriche fondate sulla "terapeutica liberale". La sotto-commissione raccomanda di tener conto "entro i limiti di una saggia economia, di tutte le migliorie introdotte dall'arte di fabbricare e [...] nell'uso di materiali e strutture che riescono a limitare le spese di manutenzione" .

La traduzione di queste indicazioni secondo l'auspicio di assoluta modernità comporta l'utilizzo del calcestruzzo armato, che in una città come Trieste dove i magazzini del porto costituiscono un esempio a livello europeo in quanto a sperimentazione di brevetti e calcoli, è fattore di ordinaria amministrazione. È stato Marco Pozzetto a segnalare l'osmosi tra il porto e l'edilizia cittadina in termini di impiego del calcestruzzo armato favorito dalla presenza contemporanea di alcune tra le maggiori imprese di costruzione italiane e austriache, alle quali si aggiungono quelle locali, creando un contesto che favorisce la sperimentazione.

Il secondo viaggio di istruzione compiuto nell'agosto 1902 non ha carattere ufficiale, ma nasce dall'iniziativa personale di Braidotti che accompagnato da tre medici, Canestrini, Seunig e Costantini visita "il grandioso e nuovissimo stabilimento di Mauer-Öhling" (1898-1902) e altri nell'impero asburgico - Gugging e Dobran in Boemia, Alt-Scherbitz, Dresda, Neuruppin, Lüneburg in Germania, in Svizzera - Basilea e Burghölzli (Zurigo)in Svizzera e infine in Italia Bergamo e Brescia . La relazione tenuta da Canestrini ai colleghi il 13 gennaio 1903 si risolve in un appassionato appello in favore del sistema a porte aperte, che "trionfa" nella maggioranza dei manicomi visitati, illustrati attraverso la presentazione delle caratteristiche tecniche e architettoniche, con particolare riguardo per tutti gli elementi di innovazione .

A Mauer-Öhling i padiglioni presentano quella varietà tanto raccomandata anche a Trieste e in quanto all'architettura Canestrini spiega che "sono costruiti in perfetto stile Secession e di tale stile è pure il mobilio" . Chissà se l'indicazione gli è stata suggerita da Braidotti, ma è certo che al medico la definizione dello stile deve essere risultata scontata, come confermano le foto dei padiglioni pubblicate in "Der Architekt" dove coesistono scudi, modiglioni, bende, ghirlande, e fabbricati dai volumi essenziali. Nell'articolo lo stile viene definito moderno e lo stesso aggettivo è utilizzato per descrivere gli edifici di Mauer-Öhling e la chiesa di Wagner nel volume che il direttore dello Steinhof, Heinrich Schlöss, dedica nel 1912 ai manicomi dell'impero asburgico (ben 41 stabilimenti tra i quali oltre a Trieste vi è quello di Gorizia).

Nel frattempo a Trieste viene individuato il terreno sul quale costruire l'ospizio cronici che comprende quattro padiglioni per 500 ammalati, si tratta dei fondi Renner i quali confinano con i terreni acquistati per il manicomio. A favore di questa opzione vi è il fatto che verrebbe consentito l'utilizzo dei servizi generali del manicomio, pur conservando i due complessi la propria autonomia; così in attesa di perfezionare l'acquisto il consiglio vota intanto (31.7.1902) la spesa supplettiva per adeguare i servizi alle esigenze accresciute dalla presenza dell'ospizio cronici, a sua volta affidato per la progettazione a Braidotti . Il viaggio di istruzione comporta alcune modifiche rispetto al progetto di massima , infatti si decide di realizzare oltre al padiglione agitati quello per semi-agitati, di aumentare le stanze a un letto nei padiglioni tranquilli e nelle casette rustiche e portare i posti letto da 480 a 527.

Nel mese di agosto 1903 la Delegazione municipale autorizza le spese per l'ospitalità del dottor Paetz al fine di contraccambiare degnamente la "festosa" accoglienza tributata l'anno prima ai componenti del viaggio di istruzione . L'arrivo a Trieste del celebre psichiatra in una fase cruciale per l'elaborazione del progetto, permette di ipotizzare che Paetz ne abbia preso visione, ma mentre a Trieste si può formulare solo una congettura, a Gorizia è invece documentato l'intervento diretto poiché il progetto di massima - dopo le riserve espresse dalla Luogotenenza - venne sottoposto alla sua revisione .

Vicende costruttive e di cantiere

In aiuto al comune di Trieste alle prese con l'aumento del preventivo di spesa giunge la gradita notizia che l'eredità Giorgio Galatti sarà devoluta alla costruzione del nuovo manicomio e alla somma si aggiungono i capitali delle due fondazioni "Arciduchessa Maria Valeria" (1890) e "Giubileo Imperiale" (1898) destinati all'ospizio cronici, oltre al contributo della Giunta provinciale dell'Istria e della Cassa di Risparmio di Trieste. La struttura operativa per la costruzione del manicomio è formata dalla commissione di sorveglianza che è lo strumento con il quale la Delegazione intende seguire da vicino il cantiere, dall'ufficio tecnico comunale che svolge la direzione lavori e infine il progettista, il quale come da contratto, oltre allo sviluppo dei piani di dettaglio di tutti gli edifici compresa la parte strutturale, dovrà curare il progetto delle parti meccaniche, l'impianto di riscaldamento sia quello centrale che dei singoli edifici, la rete idrica, l'illuminazione. L'elenco è considerevole e il tempo a disposizione limitato, tanto che nel luglio 1903 la commissione di sorveglianza decide di avviare la procedura per l'assegnazione dell'appalto, anche se mancano alcuni edifici, tra i quali il teatro, la necroscopia, la chiesa e una villa paganti . Infine il 14 luglio 1903 la commissione invia il capitolato generale di appalto all'ufficio tecnico, perché venga esaminato dal responsabile della direzione lavori l'ingegner Vincenzo De Senibus. Spiegando che il capitolato è una riproduzione quasi completa di quello che è stato utilizzato dai Magazzini Generali, l'ingegnere certifica in primis la qualità di uno strumento che è servito per la costruzione degli edifici di porto vecchio, vale a dire l'operazione immobiliare più imponente a Trieste dopo la realizzazione dei borghi. Di questa vicenda De Senibus era uno dei protagonisti dato che nel 1887 fu distaccato dal Comune per dirigere la sezione costruzioni della società dei Magazzini Generali. Nelle sue osservazioni sul capitolato per il manicomio De Senibus rileva alcune criticità, in particolare la scelta di escludere dall'appalto la costruzione delle opere in calcestruzzo armato, le coperture in cemento legnoso, i serramenti, quasi si volesse suddividere il lavoro per maestranze, con il risultato, a suo dire, di creare ritardi nei lavori a causa di incomprensioni tra le parti, oltre a rendere "illusorio" l'obbligo di garanzia per la buona riuscita dell'opera a causa della difficoltà di attribuire responsabilità precise . Inoltre è comprensibile l'imbarazzo che questo affollamento causerebbe alla direzione lavori per non parlare delle offerte che potrebbero risultare meno vantaggiose. Se alcune osservazioni vengono accolte come quella di ricorrere all'asta pubblica e non alla licitazione privata e mentre studia le modifiche insieme a Braidotti, De Senibus torna a ribadire il rischio di "affidare a separate imprese i lavori delle impalcature e dei tetti in c.a. perché questi lavori formano parte integrante della struttura dei singoli edifici" . Dal momento che la delegazione non intende rinunciare alla convinzione che avvalersi di un'impresa specializzata offre garanzie di una qualità superiore, che si ritiene preferibile al risparmio di spesa che ne deriverebbe affidando tutto a una sola ditta, si arriva a un compromesso che prevede di modificare l'articolo precisando "gli obblighi dell'imprenditore specialista verso l'appaltatore generale" .

In quanto ai disegni di progetto De Senibus evita ogni valutazione di merito dato che tale materia è appannaggio del comitato di sorveglianza, ma si riserva osservazioni di natura tecnica, rilevando che le tavole presentate "sono insufficienti per eseguire le opere soprasuolo per le quali si richiedono i piani di dettaglio" , inoltre risulta incompleta la descrizione tecnica delle opere in cemento armato. I rilievi mettono in luce quelli che potranno rivelarsi dei punti critici in fase di realizzazione e almeno su un aspetto De Senibus si rivelerà profetico, ovvero che il mancato rispetto dei termini di consegna dei piani di dettaglio sarà motivo di un aspro contenzioso tra l'impresa di costruzioni e il comune di Trieste.

Il ritardo nell'elaborazione delle opere in calcestruzzo armato è dovuto al fatto che Braidotti sta aspettando le offerte di alcune ditte specializzate che risulteranno essere solo due, entrambe di grande esperienza e livello, si tratta delle viennesi R.Ph. Wagner e Pittel&Brausewetter che risulterà essere quella prescelta.

Il periodo che intercorre tra il progetto definitivo per i cementi armati - 12 settembre 1903 - e l'offerta relativa - aprile 1904 - pervenuta quando i lavori di costruzione erano già avviati, fornisce una testimonianza del fatto che la costruzione in calcestruzzo armato sta attraversando una fase ancora sperimentale, soprattutto per quanto riguarda edifici a carattere residenziale e non solo funzionale .

La scelta della Pittel&Brausewetter oltre che a una valutazione di tipo economico e di competenza nel settore, che ne fa una delle imprese all'avanguardia in Europa, sembra da ricollegare al fatto che nel 1901 aveva realizzato il grandioso magazzino del caffè (numero 2) in porto vecchio. I solai "Tragnetzblech-Betondecken" (reticolato a lamiera) impiegati in questo edificio hanno una portanza di 1.800 kg/mq, mentre da un depliant pubblicitario (conservato presso l'archivio storico dell'Autorità portuale) sono illustrati alcuni esempi di impiego del sistema Matrai dove il carico arriva a 2.100 kg/mq.

Nel contratto sono indicati i sistemi da impiegare - Matrai, "Tragnetzblech-Betondecken", Melan - con le relative proporzioni di calcestruzzo, mentre per quanto riguarda il ferro nel documento si citano "travate di ferro e ferri di collegamento necessari per le impalcature Matrai" specificando che tutte le strutture dovranno essere consegnate "ai piedi dei singoli edifici" e sarà effettuata la sorveglianza durante la posa in opera, assegnata all'impresa di costruzioni. In quanto al sistema Melan sembra che sia stato applicato soltanto per la volta della sala del teatrino, che a causa del ritardo nella consegna del progetto fu escluso dal novero delle opere in appalto, con la clausola che l'esecuzione sarebbe stata oggetto di un separato accordo con l'impresa vincitrice . Alla chiusura della gara d'appalto per aggiudicare i lavori di costruzione (bandita il 16 ottobre 1903) furono presentate quattro offerte tra le quali fu scelta quella degli ingegneri Eugenio Comel, Giovanni Battista de Finetti e Sansone Venezian che presero in consegna il terreno nel febbraio 1904.

I documenti d'archivio confermano che i timori dell'ingegner De Senibus erano giustificati e infatti le prime rimostranze dell'impresa furono determinate del "dualismo che venne creato (fuori contratto) coll'istituzione di una dirigenza tecnica dipendente da terza persona" . Un altro motivo di lamentela furono le carenze dei disegni riguardanti gli aspetti costruttivi, da attribuire alla Pittel&Brausewetter accusata di seguire "il principio della massima economia nella distribuzione delle travi maestre" . La "terza persona" alla quale l'impresa allude è Braidotti che lavora a stretto contatto con l'ufficio tecnico per eseguire modifiche e variazioni: ma a essere oggetto di critica in particolare è l'atteggiamento assunto dalla dirigenza tecnica che non esercita l'indispensabile coordinamento tra le varie imprese limitandosi alla "passiva salvaguardia del progetto, intangibile" senza uniformarlo alle "impellenti necessità del lavoro, e mettere in armonia i vari disegni ricevuti durante la esecuzione dei padiglioni così singolarmente l'un dall'altro costruttivamente diversi" . Da questa puntualizzazione si coglie la difficoltà di realizzare la "varietà" che caratterizza il sistema delle porte aperte, un principio che alla prova dei fatti rivela tutta la propria complessità.

Il ricorso al collegio degli arbitri inasprisce ulteriormente i rapporti con la direzione tecnica e come in ogni disputa ne consegue un aumento esponenziale del materiale cartaceo, poiché ognuna delle due parti non intende lasciare spazio a dubbi e interpretazioni. I documenti favoriscono la possibilità di tracciare la successione dei lavori utile a ricavare una cospicua serie di informazioni, comprese alcune modifiche. Un altro tema cruciale è quello relativo al ritardo con il quale vengono definiti i serramenti causando una serie di problemi tra i quali l'impossibilità di eseguire le stabiliture interne, ma soprattutto la posa dei pavimenti in doghe di legno, che sono già stati acquistati e rischiano di essere danneggiati, cosa che puntualmente si verificherà. La scelta del legno per i pavimenti, materiale preferito a altri più economici quali linoleum e terrazzo, è frutto di un'indicazione di Canestrini il quale nel corso del viaggio di istruzione tra i manicomi europei aveva verificato "che il pavimento più usato e lodato è costituito dalle doghe di quercia su asfalto inglese con sottostrato di mattoni. È un pavimento costoso e duraturo" . A rasserenare gli animi non contribuisce il fatto che all'asta per i serramenti si presenti una sola ditta, la Tönnies, perdipiù in unione con l'impresa di costruzione, infatti come riferisce De Senibus alla delegazione (23.8.1905) la mancanza di concorrenza ha comportato un aumento del 10% dell'offerta rispetto a quanto si sarebbe potuto ottenere. Tra le modifiche apportate vi è anche la sostituzione del frontalino in terracotta con quello in zinco che è più facilmente reperibile sul mercato, anche se la delegazione esprime un giudizio negativo. Nell'ottobre 1905 dopo che sono trascorsi venti mesi dalla consegna del terreno, l'ennesima lettera di rimostranze si chiude informandoci che resta da completare il 20% dell'opera . Non facilita certamente i rapporti il fatto che il Comune ritardi il pagamento della somma determinata a seguito del lodo arbitrale, così la questione approda nell'aula del consiglio comunale dove viene trovata una soluzione volta a scongiurare la minaccia dell'impresa di abbandonare i lavori .

Nel frattempo Braidotti continua a lavorare, si occupa delle questioni inerenti la decorazione - affreschi, ceramiche, marmi - ma anche di altri aspetti tecnici, come quelli relativi alla dotazione degli impianti - acqua, gas, arredi sanitari, arredamento meccanico della cucina e della lavanderia,della disinfezione - e, così come aveva fatto per i cementi armati, istruisce le pratiche per l'amministrazione che deve decidere sull'assegnazione dei lavori.

Lo spazio che il dottor Canestrini dedica nella sua relazione alla parte impiantistica è motivato dalla convinzione che questa costituisce un fattore in grado di garantire e soddisfare l'assolutà modernità alla quale si ispira il progetto del nuovo manicomio, visto che le teorie mediche hanno bisogno di un adeguato sostegno tecnico. Lo spazio che le pubblicazioni del tempo dedicano alla parte impiantistica dei manicomi - da quella più strettamente connessa alle terapie al riscaldamento o ai sanitari - conferma che questo fattore è da considerare paritario a quello inerente gli aspetti strutturali.

La fiducia nella tecnica fa parte della modernità tanto agognata e consapevolmente perseguita, come testimonia in un dibattito consiliare il protofisico Costantini il quale spiega che "Il programma per il nuovo manicomio rappresenta una rivoluzione, non solo un'evoluzione. Corrisponde alla terapeutica liberale che è iniziata in Scozia e si è fatta strada in molti altri paesi" . Ma questa scelta, oltre che a offrire quanto di più avanzato c'è in Europa in quanto alla cura delle malattie mentali, ha un corrispondente risvolto politico, infatti - secondo Costantini - il progresso scientifico trova il suo contesto favorevole "nel senso di altruismo che ci deve dominare e che domina in molte azioni della società attuale e le idee anche di esagerato socialismo moderno che predominano in molte pubbliche amministrazioni" . Non è quindi casuale - come annota Leslie Topp - che siano i governi dei Landes guidati da giunte di ispirazione cristiano-sociale a favorire i progetti dei manicomi più innovativi, infatti Mauer-Öhling e lo Steinhof sono realizzati durante il governo di queste amministrazioni .

Gli edifici del frenocomio triestino sono il risultato di una doppia rivoluzione, medica e tecnico-architettonica, che si sviluppa in un contesto cittadino che affronta la questione sociale e sanitaria secondo quegli obiettivi di progresso che guidano molti altri settori, in particolare quello delle infrastrutture e del commercio.

Braidotti ottempera alle richieste del sistema misto giustapponendo ai padiglioni realizzati secondo il modello decentrato posti a valle (le due ville paganti, l'edificio per l'Amministrazione) e a monte (il villaggio del lavoro) la zona mediana dove si trovano i padiglioni di cura scanditi da una simmetria più rigorosa, come se l'ordine potesse esorcizzare la malattia.

L'architettura del frenocomio

Lo strumento che Braidotti impiega per marcare le diverse tappe è, oltre alla disposizione per zone funzionali, il linguaggio architettonico che risponde a quel principio di decoro che a ogni edificio attribuisce una tipologia confacente, cosicché le ville paganti si ispirano alla residenza unifamiliare dei quartieri borghesi delle città del 19 e 20 secolo. Su questo tema l'architettura modernista ha scritto pagine significative, alle quali la cultura viennese e mitteleuropea fornisce un contributo sostanziale. Se Leslie Topp parla di "Italian Renaissance style" a proposito di questi due edifici , un esempio si trova nella stessa area dove sorge villa Renner ristrutturata da Giovanni Andrea Berlam nel 1880 con accenti neo-rinascimentali e altri suggerimenti li ha offerti il progetto di Lorenzutti. Lo stile si può ritrovare nel rivestimento in bugnato rustico della zona basamentale e degli angoli, nelle sobrie colonne tuscaniche che sorreggono pergolati in legno, nelle cornici marcapiano e lesene, mentre risulta prevalente la nitida volumetria dei corpi di fabbrica, sottolineata da coperture piane che si proiettano con falde sporgenti, a sbalzo. Il rigore e l'essenzialità di questi incastri costituiti da solidi geometrici sottendono la conoscenza di una linea di ricerca sviluppatasi nel fertile contesto della Secessione e della Wagnerschule, che ha portato alle proposte per le case all'italiana, di campagna, per le vacanze, dove il tema centrale è costituito dalla relazione tra architettura e ambiente . L'elemento innovativo di questi progetti è dato dal fatto che sono il frutto di quella rielaborazione dell'architettura spontanea italiana in particolare quella dell'isola di Capri che, a partire da Karl Friedrich Schinkel per giungere a Josef Hoffmann, conosce una fortuna critica considerevole.

Attenendosi ai criteri del decor lo stile neo-rinascimentale risulta più marcato nell'edificio di Amministrazione, che ha un risalto particolare accentuato dall'esedra antistante, alla quale fanno eco due minori poste ai lati. Che tipo di Rinascimento Braidotti avesse in mente lo rende chiaro nella richiesta rivolta al fornitore delle maioliche che dovranno essere impiegate a contorno della porta principale, dove indica lo stile "Andrea Della Robbia" : la preferenza è rivolta al Rinascimento toscano, dove ha fatto scuola l'esempio di Brunelleschi. L'omaggio all'architettura toscana, o meglio fiorentina, ha sicuramente un risvolto di tipo politico quale manifestazione di sentimenti filo-italiani fatto che a Trieste non costituirebbe certo una novità , ma vale la pena di ricordare che è il mondo germanico a tributare uno degli omaggi più appassionati a opera di Leo von Klenze, che nel Königsbau di Monaco ripropone palazzo Pitti. Un ruolo importante lo ha sicuramente svolto Ruggero Berlam sia in qualità di componente della commissione di sorveglianza ma come maggior esponente del revival neo-fiorentino a Trieste che evolve dall'architettura trecentesca di casa Leitenburg (1887) a quella rinascimentale di casa Berlam in via Giulia (1896).

Che poi la scelta di Braidotti possa essere spiegata ricordando che la prima architettura moderna è l'Ospedale degli Innocenti di Brunelleschi, allora si sarebbe individuata una motivazione sostanziale. I disegni originali, inoltre, prevedevano che le facciate dove ora prevale un giallo acceso fossero dipinte di bianco, fatto che avrebbe reso più esplicito il debito verso Brunelleschi.

Se gli edifici del manicomio sono rimasti estranei al dibattito architettonico cittadino ciò è dovuto alla loro prevalente caratteristica funzionale - lo stesso può dirsi per i magazzini del porto - ma in fase di progettazione la rete di relazioni è invece pienamente operante. In quanto all'indirizzo neo-fiorentino altrettanto indicativo è il padiglione Ralli progettato nel 1907 dallo stesso Braidotti e lo dimostra il loggiato chiuso da vetrate al piano terra, ma anche la grata in ferro battuto del portone principale che replica quella dell'adiacente edificio di Amministrazione: la fonte in questo caso è il monumento a Piero e Giovanni de Medici di Andrea del Verrocchio in San Lorenzo a Firenze . Il minimo comune denominatore tra revival neo-fiorentino e il modernismo viennese è dato da un prevalente esprit de geometrie che integrando gli spunti offerti dall' architettura mediterranea, stimola nuovi orizzonti per la composizione dove prevale l'assemblaggio di volumi e superfici.

Negli otto padiglioni che si fronteggiano sui due lati del viale rettilineo che giunge alla scalinata, l'architettura si avvale ancora, ma sempre in maniera più rarefatta, di alcuni elementi in stile, non rinuncia alla decorazione sia all'esterno che all'interno (ancora maioliche e affreschi soprattutto nella zona del sottotetto) ma aumenta il risalto della composizione dei volumi, sovrastati da tetti piani che oltrepassano il filo dei prospetti e diventano pensiline. La decorazione che si integra all'architettura si colloca nell'ambito di uno statuto classico che anche se declinato secondo parametri più tendenti alla geometria a Vienna e al figurativo a Trieste, è saldamente radicato nella cultura del progettista, il quale per quanto sia preminente l'apporto della tecnica non rinuncia all'estetica. La permanenza di un'architettura in stile, seppure rarefatta, è il pegno da pagare a quello che Max Fabiani definiva il "carattere meridionale" di Trieste (o genius loci), che nel Narodni Dom (1902-1904) significò smorzare l'impatto del prospetto liscio con lesene bugnate a incorniciare il portale d'ingresso e il rivestimento ispirato a palazzo Ducale a Venezia.

Esclusi i padiglione di osservazione, tutti gli altri sono a un piano dato che i pazienti ai quali sono destinati offrono problematiche legate alla sicurezza. La perdita in altezza viene compensata dall'estensione orizzontale, mentre il criterio di varietà è assolto con la dislocazione sempre diversa dei corpi di fabbrica, i quali prima che all'estetica rispondono alle esigenze funzionali che richiedono specifiche cubature: solitamente gli ambienti più vasti sono quelli destinati a camerata e sale di soggiorno o da pranzo. Modificati da 35 a 28 i metri cubi richiesti per i dormitori nei padiglioni dei tranquilli e lasciati invece a 7 i metri quadri a disposizione di ogni letto in tutti gli altri (a eccezione dei sucidi e paralitici dove ne sono previsti 8) ogni padiglione viene ideato in base agli spazi e alle necessità legate ai diversi tipi di malati. Che la modernità sia correlata alla funzionalità è una convinzione che Braidotti condivide con la cultura architettonica viennese dove Wagner ricordando la massima di Gottfried Semper "Artis Sola Domina Necessitas" e dopo aver sancito la genesi costruttiva della forma, ribadisce l'importanza della sua evoluzione in arte . La sfida è quella di studiare il linguaggio in grado di interpretare le profonde modifiche introdotte dai nuovi materiali, ferro e calcestruzzo armato, che sono oggetto sia di approfondimenti tecnico-scientifici, ma anche di una riflessione attinente la questione formale che si svolge nell'ambito della Wagnerschule: esemplare a questo proposito è la formazione di Giorgio Zaninovich che nel corso della sua frequenza alla Scuola (1899-1902) lavora presso la Pittel&Brausewetter, curando la parte architettonica di numerosi ponti , tra cui quello del Giubileo imperiale a Lubiana (1900) caratterizzato da elementi decorativi di matrice Secession .

È quindi comprensibile che siano proprio elementi i padiglioni clinici a abbracciare la causa della modernità, così come gli edifici dei servizi generali, dove Braidotti inserisce il teatro che inizialmente era collocato nell'area d'ingresso. A voler considerare l'ubicazione se ne potrebbe dedurre che il teatro sia indispensabile come la cucina e la lavanderia, oltre a trovarsi nella zona che funge da intercapedine tra i malati e coloro che sono in via di guarigione. La presenza del teatro secondo il dottor Canestrini è necessaria quanto quella della chiesa, infatti il primo edificio serve "a distrarre il loro spirito dalla considerazione della sventura propria e di quella degli altri, di cui sono testimoni", mentre l'altro mantiene "elevato il morale dei malati" oltre "a conservar loro quei sentimenti religiosi che avevano quando erano sani" . In caso di problemi economici le due funzioni possono essere svolte soltanto dalla chiesa che, come a Alt Scherbitz e Mauer-Öhling, con alcune modifiche può essere adattata a sala da spettacoli . È singolare nel teatro coesistano due aspetti diametralmente opposti, da un lato la volta di copertura della sala teatrale in calcestruzzo armato che costituisce uno degli interventi più complessi dal punto di vista strutturale dell'intero manicomio triestino, dall'altro l'intervento decorativo più ricco con il ciclo pittorico affidato a Napoleone Cozzi.

Luogo per eccellenza della mimesi e quindi riuscita metafora del manicomio come rappresentazione di una città sia pure di malati, il teatro costituisce un inserimento che documenta quella ricerca di elevati standard qualitativi che caratterizza l'intero iter progettuale, che anche in questo caso rivela la sua vocazione internazionale.

I manicomi dello Steinhof e di Trieste vengono realizzati nello stesso periodo e anche se a tutt'oggi sono documentati contatti diretti soltanto tra i medici, si può ragionevolmente ipotizzare, poiché le loro prescrizioni sono determinanti per le scelte degli edifici, che lo scambio sia avvenuto in via indiretta o si sia verificata una situazione di 'sincronicità'. Se nel complesso dello Steinhof la chiesa mette in ombra gli altri edifici, a Trieste prevale una coralità nella quale si integrano interventi differenziati ma accostati in modo armonico e l'architettura della città, sia pure in forme rielaborate, entra a farne parte, accentuando la percezione dell'integrazione a scapito della dimensione medico-sanitaria.

L'architettura del villaggio del lavoro in modo coerente alla funzione di residenza per una piccola comunità, sottolinea gli aspetti "rustici" con balconi di legno e tetti a spiovente che conferiscono un tocco di atmosfera alpina. Sulla stessa lunghezza d'onda è la chiesa con il porticato dietro al quale si staglia l'affresco di Eugenio Scomparini, pittore di fama e collega di Braidotti presso la Staatsgewerbeschule. A poca distanza si trovano gli ultimi edifici del manicomio, i due padiglioni contagiosi e la necroscopia. Una visita al manicomio di San Giovanni consente di attraversare diverse epoche e stili dell'architettura, dal neo-fiorentino dell'ingresso al moderno dei padiglioni clinici fino alle case rustiche - e nel contempo leggere in maniera esplicita i vari livelli di cura della malattia

Il completamento dei lavori da parte dell'impresa di costruzioni Comel, Finetti e Venezian - 17 maggio 1907 - segna la conclusione del manicomio vero e proprio ma, anche se posteriore, l'ospedale dei cronici (1910-1913) e il padiglione Ralli ne fanno parte a tutti gli effetti.

L'utopia delle porte aperte comincia a rivelare le proprie contraddizioni quando il manicomio entra in funzione e il primo a vacillare è il convincimento dell'inutilità dei muri tra i padiglioni che devono essere ripristinati a causa delle numerose fughe che si verificano dai padiglioni clinici. Nell'accogliere la richiesta del direttore Canestrini di erigere una recintazione "a mezzo di reticolati di filo di ferro a maglie fitte" , la Commissione di sorveglianza impiega il verbo 'arrendersi', proprio perché la chiusura contravviene un caposaldo del progetto per il manicomio, la libertà, che da adesso risulterà sottoposta a restrizioni.