HOME | REGISTRAZIONE | CONTATTI | LOGIN

Generale

Presentazione generale

Diana Barillari

Per comprendere la vicenda del manicomio di San Giovanni (denominato in ricordo del munifico donatore, Andrea di Sergio Galatti) bisogna leggere il Programma Medico del 1896 redatto per offrire una guida agli ingegneri e agli architetti che avrebbero partecipato al concorso internazionale bandito dal comune di Trieste l'anno dopo, oltre a consultare i verbali delle sedute consiliari dove venne discusso questo importante tema.

Il Programma contiene molte notazioni tecniche che illustrano i concetti ai quali devono attenersi i progettisti e sono gli stessi ai quali Braidotti si adeguerà nell'ideare il suo piano.

L'obiettivo è quello di costruire un manicomio moderno e a tale scopo viene richiesto di realizzarlo, per quanto possibile, aderente alla modalità del sistema della "porte aperte", un chiaro riferimento alle teorie praticate in Inghilterra e Germania, dove anche gli edifici devono rispondere a un nuovo modo di gestire la malattia mentale, cosicché si diffonde il modello dei padiglioni singoli disposti in un ampio spazio verde ben curato. L'architettura fa quindi parte di un progetto terapeutico che concepisce la percezione dello spazio come un elemento chiave per la cura, l'obiettivo è quello di offrire ai ricoverati, anche attraverso gli edifici, l'idea che non sono prigionieri ma che abitano un frammento, sia pure artificiale, di città. Il concorso di conclude senza che sia stato individuato il vincitore e il progetto viene affidato al direttore dell'ufficio tecnico municipale, Ettore Lorenzutti nel 1899. Nel frattempo maturano le condizioni che porteranno il Comune a scegliere un'altra area, non più i declivi tra Roiano e Cologna dove il Governo ha previsto di far passare il tracciato della ferrovia Gorizia-Trieste, ma a Guardiella in una zona ricca di verde e appartata. Lo spostamento comporta altre modifiche, tra le quali la più rilevante è costituita dalla decisione di affidare l'incarico per la progettazione a Lodovico Braidotti, il quale aveva partecipato al concorso e conosceva pertanto le richieste e le necessità del complesso. Nel mese di maggio 1902 il progetto di massima viene discusso e approvato dal consiglio comunale, il quale pochi mesi dopo decide di ubicare nell'area confinante anche l'ospedale dei cronici, approfittando dei servizi generali già previsti per il manicomio.

La planimetria ideata da Braidotti (foto 1) rispecchia le indicazioni della committenza di definire un sistema misto, tale da comprendere alcune zone dove la disposizione risponde ai criteri delle "porte aperte" e altre invece regolate da una simmetria più evidente. La suddivisione per aree funzionali è percepibile sia nelle scelte di carattere urbanistico che in quelle architettoniche, tutte rispondenti al percorso di accoglienza e cura stabilito dal programma medico.

La portineria su via San Cilino (foto 2) segna l'itinerario che inizia a valle con la parte aperta al pubblico - vi si trova l'ospedale dei cronici e il Ralli - e termina con il padiglione di Amministrazione (foto 3) dietro al quale inizia il settore "clinico" con gli edifici riservati ai pazienti in cura. Il viale centrale oltre alla suddivisione per genere, scandisce la progressione terapeutica con i padiglioni di osservazione, ai quali seguono i semi-agitati, gli agitati (foto 4) e infine i sucidi e paralitici. Il terrapieno con la zona dei servizi comprende la cucina, la lavanderia la centrale termica, e la disinfezione oltre al teatro che, a detta dei medici, svolge un importante ruolo terapeutico, un tassello nel progetto di recupero di una visione ordinata e normale, o forse solo la sua parodia. A questa zona seguono i padiglioni dei tranquilli e il Villaggio del lavoro che ha come baricentro la chiesa, infine presso l'uscita su via Valerio, sorgono isolati i due padiglioni per le malattie contagiose e la necroscopia. (foto 5)

C'è un teatro anche nel nuovo manicomio di Vienna, il celebre Steinhof, realizzato negli stessi anni di Trieste, tra il 1903 e il 1907 sotto la regia di Otto Wagner, che intervenne direttamente nella costruzione della chiesa (foto 6) e nell'elaborazione della disposizione urbanistica. Vienna e la sua avanzata cultura architettonica sono un riferimento costante per la scena urbana triestina, e se la contemporaneità dei due complessi apre interessanti scenari sulla priorità di alcune scelte, viene comunque confermato che Trieste è città d'avanguardia, con una spiccata attitudine a sperimentare e fare innovazione.

Non è un caso che per gli edifici del manicomio Braidotti impieghi il calcestruzzo armato, infatti vive nella città dove i magazzini di Porto vecchio costituiscono un laboratorio a cielo aperto in quanto a utilizzo di brevetti, così quando nei documenti d'archivio viene riportata la notizia che fu la Pittel & Brausewetter - una delle maggiori imprese di costruzione della Mitteleuropa - a aggiudicarsi il contratto per i lavori in calcestruzzo armato, il fatto non stupisce. In quegli anni infatti la stessa impresa stava realizzando il magazzino del caffé, il numero 2, in porto vecchio e lo stabilimento per lo Jutificio triestino. Già Marco Pozzetto aveva segnalato le ricadute in termini di innovazione sull'edilizia cittadina delle sperimentazioni che si stavano effettuando nelle costruzioni portuali, pertanto la costruzione del manicomio conferma l'intuizione, ma le conferisce una scala molto più ampia che merita ulteriori approfondimenti. Il teatro viene citato nel contratto tra il Comune di Trieste e la ditta a proposito della "volta", vale a dire la copertura a arco ribassato che copre la sala, realizzata con il sistema "Melan". (foto 7)

C'è tutto Otto Wagner in questa sintesi di tecnica e arte, poiché nella sua "Moderne Architektur" egli si propone di dare forma alla società contemporanea che vive in un presente dominato dal progresso della tecnica. Così per il manicomio "am Steinhof" ispirato alle teorie più avanzate in campo psichiatrico va studiata una forma architettonica capace di rendere visibile tutta la sua carica innovativa. A Trieste Braidotti opera ispirandosi a questi principi e la sua modernità si misura nella capacità di impiegare un linguaggio architettonico che, se da un lato si attiene a quanto succede a Vienna e nell'impero, non rinuncia a misurarsi con la cultura della città, mettendo a frutto quelli che sono i suoi punti di eccellenza.

La suddivisione per aree del manicomio si riflette anche sulle scelte architettoniche, cosicché si comincia con il revival neo-fiorentino degli edifici situati nella zona aperta al pubblico, anche se gli accenti sono piuttosto rarefatti e l'indizio maggiore è costituito dalle cornici in maiolica che Braidotti volle fossero realizzate secondo lo stile "di Andrea Della Robbia". Gli accenti più moderni sono quelli dei padiglioni clinici nei quali i corpi di fabbrica si manifestano nella loro essenzialità di volumi, percorsi da sobrie decorazioni ad affresco, mentre nel Villaggio del lavoro l'architettura assume una connotazione "rustica", fornita da tetti a spiovente e balconi in legno. (foto 8)

"L'utopia" del primo progetto prevedeva l'abolizione dei muri, ma a un anno dall'inaugurazione fu con grande dispiacere da parte dell'amministrazione comunale che si dovette provvedere a recintare i padiglioni e anche se si utilizzò la rete metallica, una parte del sogno venne a cadere.