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Approfondimenti - Aulo Guagnini

Osservazioni sulle tecniche costruttive

Aulo Guagnini

Fra il XIX e il XX secolo la progressiva estensione dell'impiego del calcestruzzo armato nelle costruzioni fu resa possibile dalla diffusione dei metodi di calcolo, prima coperti da brevetto e poi oggetto di insegnamento nelle scuole tecniche. In campo universitario l'introduzione di questa nuova tecnica non fu immediata probabilmente a causa della radicata fiducia che il mondo accademico continuava a mantenere nei confronti delle tecniche e dei materiali della tradizione. Lo studio e la possibilità di mettere in opera il calcestruzzo risalgono al 1807, ma le sue applicazioni si diffusero con successo solo dalla fine del XIX secolo sia in Europa che negli Stati Uniti d'America. A questo scopo, numerosi brevetti erano stati depositati nel corso dell'Ottocento come i più noti Lambot (1855), Monier (1867, 1880), Hyatt (1878), Wayss & Freytag (1885, 1893), Matrai (1893), Cottancin (1889). La vera svolta avvenne tuttavia solo negli anni successivi al 1893, quando in Francia François Hennebique depositò un primo brevetto in cui i tondini metallici e il calcestruzzo furono assemblati per costituire un unico sistema strutturale. Per applicazioni in ambito portuale, a Trieste già nella seconda metà del XIX secolo era entrato in uso l'impiego della malta di natura pozzolanica, come la Terra di Santorini, caratterizzata da ottime capacità idrauliche.

La prima fase di sperimentazione era fondata esclusivamente sui principi secondo i quali il calcestruzzo riprendeva lo sforzo a compressione e l'acciaio quello a trazione, mentre lo sforzo di taglio non era stato ancora approfondito. Il grande vantaggio consisteva nell'avviare un sistema costruttivo in grado di offrire una capacità portante elevata, con un costo di messa in opera relativamente contenuto, associato ad una realizzazione più semplice e veloce rispetto alle tecniche tradizionali. Ciò che convinse maggiormente gli operatori all'utilizzo di questo nuovo materiale, non fu soltanto l'interesse per la possibilità di aumentare a basso costo la capacità portante degli edifici, ma soprattutto la considerazione che, grazie alla sua capacità di resistenza al fuoco, avrebbe reso possibile affrontare con maggiore efficacia il problema degli incendi.

Fra il 1850 e il 1915 sorsero a Trieste molti edifici pubblici e privati costruiti con tecnologie all'avanguardia. Un esempio di eccezione è rappresentato dell'Arsenale San Marco progettato dagli ingg. Heider e Hansen (1856) con un ampio utilizzo della terra di Santorino, cui aveva fatto seguito il Tempio Israelitico degli arch. Ruggero e Arduino Berlam (1912), la nuova Pescheria (1913) di Giorgio Polli. Trieste era diventata campo di applicazione e di sperimentazione di nuovi brevetti e di impiego di nuovi materiali (la terra di Santorino, il calcestruzzo armato, le strutture metalliche). Progettisti, architetti e ingegneri, e imprese provenienti da diversi territori dell'impero e dalle regioni italiane, furono gli artefici di questo cambiamento. Progetto e costruzione dell'Ospedale di San Giovanni si inserirono in quella cultura tecnica e in quelle strategie d'impresa, e si basarono su un'esperienza recente ma proiettata a "spingere oltre" sia le prestazioni dei materiali, sia le competenze professionali impiegate.

In questo contesto ampio ed articolato si colloca la costruzione dell'Ospedale Psichiatrico di Trieste. Progettato e costruito tra il 1902 e il 1908, in un periodo corrispondente a una fase particolarmente fertile per la sperimentazione di nuovi materiali e di notevoli cambiamenti nell'organizzazione del cantiere. Negli stessi anni Trieste aveva già avuto modo di misurarsi con queste innovazioni in occasione del potenziamento delle strutture del suo porto internazionale. Sin dall'inizio il cantiere di San Giovanni assunse un significato particolare, non solo quale occasione di sperimentazione e di innovazione tecnica nel panorama della produzione architettonica triestina, ma quale momento di transizione nell'affinamento delle conoscenze e delle applicazioni del calcestruzzo armato ai confini dell'Impero Austro-Ungarico.

Una possibile chiave di lettura, può essere individuata nell'analisi e nell'approfondimento della complessità strutturale degli edifici che costituiscono il parco di San Giovanni. L'impiego delle nuove tecnologie legate all'uso del calcestruzzo armato risulta subordinato a precise funzioni statiche, spaziali ed igieniche: una scelta mai legata a fini estetici, ma a precise funzioni che il progettista voleva ottenere e che solo il cemento armato poteva garantire in quegli anni. È importante sottolineare che gli edifici non presentano elementi decorativi in cui sia stato impiegato o valorizzato il calcestruzzo armato. Non appare mai la volontà di "denunciare" la presenza del materiale, ma si ripiega su soluzioni interne ai singoli edifici che compongono il complesso. Questa scelta conferma l'impostazione già conferita ad altri cantieri sorti a Trieste nello stesso periodo. All'interno dei più significativi edifici realizzati in città, assistiamo all'uso sempre più diffuso di soluzioni strutturali basate sul calcestruzzo. Il ricorso a diversi tipi di brevetti (di tipo Monier, Wayss & Freytag e altri) si registra nelle ampie platee di fondazione e nelle solette dei docs portuali, ma anche nelle imponenti travature a sostegno dei matronei e nella cupola a doppia calotta sottile con la quale fu risolta la copertura della nuova Sinagoga. Un caso particolare è quello della nuova Pescheria dove, oltre che nelle strutture portanti verticali e nella copertura, il calcestruzzo armato fu impiegato sotto forma di "cemento fuso" per la piastrellatura della pavimentazione interna. E' importante rilevare che, mentre a Trieste venivano realizzati questi edifici, a Genova l'impresa Porcheddu, che deteneva l'esclusiva del brevetto Hennebique, nel 1906 stava costruendo il primo edificio civile (detto "dei Giganti") con telaio completamente in calcestruzzo, mentre nel 1909 venivano resi noti gli esiti del concorso per la progettazione di edifici antisismici a Messina e a Reggio di Calabria e, ancora, nel 1911 a Roma sarebbe stato inaugurato il ponte Risorgimento, ad arco fortemente ribassato. Insieme a Trieste, il panorama delle applicazioni del calcestruzzo armato nella penisola italiana andava via via affermandosi nello scenario internazionale.

L'impresa che si aggiudicò l'appalto per le opere in calcestruzzo armato dell'Ospedale di San Giovanni fu la Pittel & Brausewetter, la cui offerta definitiva giunse in due tempi, il 24 agosto 1903 e il 6 settembre 1903. Nella relazione del 16 maggio 1904, il prof. Braidotti affermò che all'impresa spettava l'esecuzione completa di tutte le impalcature, tetti e volta del teatrino. Il contratto con l'impresa venne stipulato il 14 dicembre 1904 con la definizione dei lavori da eseguirsi: impalcature e tetti in cemento armato, Beton und Rabitzarbeiten e la fornitura delle travi in acciaio (definite nell'offerta del 25 aprile 1904). Le prove di resistenza, effettuate a conclusione dei lavori, furono previste con un carico doppio rispetto a quello prescritto. Sin dal 1892, l'impresa era depositaria e utilizzatrice del brevetto Melan anche se è noto che impiegava anche diversi altri brevetti. Nonostante che all'epoca il sistema più diffuso nell'impero fosse il Wayss & Freytag, per l'Ospedale di San Giovanni fece uso del sistema Matrai e del sistema Monier.

Nel complesso di San Giovanni il cemento armato venne generalmente impiegato per le fondazioni, per le pavimentazioni, per i solai e per le pareti interne sottili. L'impiego più significativo nelle coperture si può riscontrare solo per l'edificio del teatro, in cui venne realizzata una volta sottile con tiranti metallici. Anche se i disegni architettonici, conservati presso gli archivi, presentano sufficienti dettagli della parte strutturale, non è possibile approfondire ulteriormente questa analisi a causa dell'assenza degli elaborati relativi ai disegni esecutivi, alle carpenterie metalliche e alle relazioni di calcolo. Uniti ai contratti e ai capitolati di spesa, essi rappresentano le fonti documentarie fondamentali per poter ricostruire le caratteristiche, il tipo di impiego dei singoli materiali, i modelli usati nella costruzione dell'ospedale psichiatrico. E' importante osservare che intorno ai brevetti dominava una grande riservatezza dovuta ai costi sostenuti dalle imprese per l'acquisto e per l'uso spesso riservato in via esclusiva. I procedimenti connessi con il calcolo preventivo (in sede di progetto) delle strutture non avevano ancora raggiunto un sufficiente grado di raffinatezza. Imponente era il costo vivo delle sperimentazioni: le imprese erano spesso le vere protagoniste dell'investimento in quanto acquirenti del lotto di terreno sul quale avrebbero edificato architetture considerate quasi un manifesto della loro affidabilità finanziaria e tecnica. Tale impostazione ci mostra l'analogia tra il cantiere per l'ospedale di San Giovanni e quelli presenti nelle altre parti dell'Impero, in particolare per il modo in cui veniva gestito il sistema di appalto e di sub-appalto.

Fra i diversi padiglioni che compongono il complesso ospedaliero di San Giovanni, il "Padiglione Paolo barone de'Ralli" rappresenta un modello costruttivo tipo. Le sue fondazioni, le murature fuori terra realizzate in pietra, le pareti interne in laterizio, la struttura della copertura in legno e l'apparato decorativo rappresentano un continuum con la tradizione costruttiva di quegli anni. I solai furono realizzati in legno, fatta eccezione per quello del corridoio del primo piano e per quello in corrispondenza dei bagni, realizzato con l'accoppiamento di una soletta in calcestruzzo a travi metalliche (con sezione a doppia T), secondo un modello di tipo Monier utilizzato anche in Porto Vecchio: si tratta di un sistema che utilizza una volta con estradosso a pavimento.

Analizzando le piante dei piani e le sezioni del Padiglione dell'Amministrazione, e confrontandole con i preventivi di spesa (1904), ci si rende conto che l'impiego del calcestruzzo fu riservato ai solai e alle pareti divisorie dei bagni del primo piano (con uno spessore pari a 6 cm), raggiungendo in questa seconda soluzione il vantaggio di pareti sottili e resistenti. Nell'edificio per l'osservazione delle "Malattie Somatiche - uomini" e nel padiglione dei "Sucidi e paralitici - uomini", si può notare l'impiego del brevetto Matrai per i solai. In particolare, nel capitolato di spesa del primo, compare un esplicito riferimento al Matrai (cemento armato) e all'uso di calcestruzzo in malta cementizia bastarda per i pavimenti dei locali nell'interrato. Il sistema Matrai era inoltre raccomandato all'epoca per il ridotto impiego di calcestruzzo e per la possibilità di utilizzare in luogo della ghiaia o pietrisco delle scorie di carbone. Consentiva inoltre un notevole risparmio sulla quantità di ferro da impiegare. Fu presto accantonato, poiché presentava molte incertezze statiche, un difficile controllo degli ancoraggi dei cavi e consistenti difficoltà nella distribuzione dell'acciaio all'interno del getto. Per la copertura di questo padiglione fu scelta la soluzione Expandet e il cemento legnoso (catrame).

Di maggiore interesse ai fini della ricerca è l'edificio del teatro, costituito da una grande aula rettangolare. Nel corso degli anni ha subito importanti rimaneggiamenti che rendono difficile il riconoscimento della soluzione originaria della copertura. All'interno del capitolato non ci sono riferimenti precisi, ma nella documentazione fotografica conservata presso gli archivi è possibile notare che per la copertura fu utilizzato un brevetto Melan: fu costruita ad arco ribassato con tiranti in acciaio a contrasto delle spinte. Un sistema simile era già stato impiegato dalla Pittel & Brausewetter per la Saale des Arbeiterheimes a Vienna (1902).

Per gli altri padiglioni l'impiego del calcestruzzo armato fu destinato, in generale, ai solai, alla copertura del tetto (sistema Expandet), al completamento dei cornicioni (cemento Portland) e alla costruzione di qualche parete divisoria dei bagni.

La chiesa rappresenta, al contrario, il più esteso impiego delle tecniche costruttive tradizionali, poiché furono inseriti elementi in calcestruzzo esclusivamente nelle fondazioni dell'aula principale e del campanile, per il quale fu impiegata la Terra di Santorini. Nei capitolati vi è un solo cenno relativo al pavimento, in cui si fa riferimento al calcestruzzo in malta cementizia bastarda. Particolarmente interessanti sono i disegni relativi alle fondazioni in cui vennero riportate, annotate e verificate le misure senza tuttavia fare riferimento alla presenza di armatura metallica. Per quanto concerne i padiglioni di Necroscopia, edificio caldaia e disinfezione nei preventivi di spesa non compare alcun riferimento all'impiego del calcestruzzo armato.

La vicenda progettuale e costruttiva dell'Ospedale di San Giovanni presenta ancora alcuni interrogativi legati alle modalità di impiego del calcestruzzo. Nei vari edifici sono state impiegate tecniche costruttive miste che cercano di "calibrare" la soluzione ottimale mediando fra la tradizione e l'innovazione. I nuovi brevetti sono impiegati a seconda della loro specificità, senza privilegiarne uno in particolare, e testimoniano la grande conoscenza tecnica dell'impresa di costruzione viennese. Allo stato attuale delle ricerche è possibile affermare che, fatte salve le precisazioni del contratto d'appalto, le scelte relative alle modalità d'impiego fossero completamente demandate all'impresa nella cui continuità di esperienza il committente rintracciava i criteri di affidabilità e fiducia. Per comprendere appieno il cantiere di San Giovanni occorre tenere presente quello del Porto Vecchio che aveva visto protagonista la Pittel & Brausewetter, l'ing. Geiringer e diverse altre imprese locali. Occorre precisare tuttavia che, rispetto al cantiere portuale, quello dell'Ospedale Psichiatrico, probabilmente a causa di una più limitata disponibilità di investimento finanziario, la sperimentazione e l'innovazione che aveva caratterizzato il primo lasciano il posto ad applicazioni di tipo più tradizionale. L'analisi delle vicende progettuali e costruttive dell'ospedale evidenziano, da un lato, l'interesse per il nuovo materiale e lo studio dei vari brevetti e, dall'altro, la volontà di non rinunciare alla tradizione laddove la qualità dell'opera poteva essere garantita a costi più contenuti.

L'Ospedale di San Giovanni rappresenta un'altra significativa tappa per lo studio delle applicazioni del calcestruzzo armato a Trieste all'inizio del XX secolo e per l'importante applicazioni di brevetti che legano la città ad un contesto europeo.