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Archivio Progetti

Teatrino

denominazione: Teatrino
ubicazione: via Edoardo Weiss
progettisti: Lodovico Braidotti
cronologia progetto:
progetto di massima: 1902
progetto esecutivo: 1903
cronologia costruzione:
inizio lavori costruzione: 1905
inizio lavori di decorazione interna: 1906
imprese: Cornel, Finetti, Venezian & Tonnies - Trieste (opere da falegname e serramenti)
Pittel & Brausewetter - Vienna (cementi armati)
Napoleone Cozzi (decorazioni ad affresco)
proprieta: Provincia di Trieste
Riferimenti archivistici:
  • ACGTs, Mag. civ., esibito 49089, F. 4/3-7/1903, dd. 19.10.1903, b. 2842
  • ACGTs, Mag. civ., esibito 49085, F. 4/3-7/1904, dd. 17.07.1903, b. 2843
  • ACGTs, Mag. civ., esibito 24256, F. 4/3-7/1905, dd. 29.08.1906, b. 2844
  • ACGTs, Mag. civ., esibito 24256, F. 4/3-7/1905, dd. 30.08.1906, b. 2844
  • ACGTs, Mag. civ., esibito 24256, F. 4/3-7/1905, dd. 21.12.1906, b. 2844
  • ACGTs, Mag. civ., esibito 24256, F. 4/3-7/1906-1907, dd. 21.08.1907, b. 2845
  • ACGTs, Mag. civ., esibito 24256, F. 4/3-7/1906-1907, dd. 25.08.1907, b. 2845
  • ACGTs, Mag. civ., esibito 52208, F. 4/3-7/1906-1907, dd. 08.11.1905, b. 2845
  • ACGTs, Mag. civ., esibito 52208, F. 4/3-7/1906-1907, dd. 12.08.1905, b. 2845
  • CTs, PU, Ospedale psichiatrico

Bibliografia:

L.Canestrini, Note manicomiali, in "Bollettino Associazione Medica Triestina", VI, 1902-1903, pp. 75-98

In celebrazione del cinquantenario dell'ospedale psichiatrico provinciale "Andrea di Sergio Galatti" di Trieste 1908-1958. Spunti storici sull'assistenza psichiatrica in Trieste, a cura di F.M.Donini, La editoriale libraria, Trieste 1959

La Scuola di Wagner 1894-1912. Idee premi concorsi, cat. mostra a cura di Marco Pozzetto, Nuova Del Bianco Udine, 1981

Da Trieste alle Alpi Napoleone Cozzi artista, alpinista, patriota. Acquerelli, fotografie, dipinti e disegni dal 1800 al 1916, cat. mostra a cura di Melania Lunazzi, Graphic Linea, Tavagnacco 2007

Leslie Topp, Psychiatric institutions, their architecture, and the politics of regional autonomy in the Austro-Hungarian monarchy, in "Studies in History and Philosophy of Bilogical and Biomedical Sciences", n.4, dic. 2007, pp. 733-754

Serena Basso Luca, Giulia Cosolini, Pietro Neri, Il Teatro dell'ex frenocomio, tesina  d'esame in storia delle tecniche architettoniche, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Ingegneria, a.a. 2007-2008;

AA.VV, L'Ospedale psichiatrico di San Giovanni a Trieste Storia e cambiamento 1908-2008, Milano, Electa 2008, pp. 236-237;

G. Cosolini, Il teatro nell'ospedale psichiatrico di Trieste: storia architettura confronti, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea di Scienze in beni Culturali, a.a. 2007-2008, relatore prof. M. De Grassi.


Presentazione generale

Nella Planimetria Generale del Nuovo Frenocomio e Ospizio per Cronici, firmata dall’architetto Braidotti e datata 1903, l’edificio  è identificato come “Teatro”. Per comprendere la funzione dell’edificio bisogna considerare la sua collocazione nell’ambito del complesso del manicomio, il teatro si trova infatti nella zona dei servizi, a fianco sorgono la cucina, la lavanderia e l’officina meccanica. Questo settore forma una sorta di linea trasversale rispetto all’asse principale del complesso come a volerlo suddividere in due parti: l’edificio precede infatti i padiglioni dei tranquilli e il Villaggio del lavoro che ha come baricentro la chiesa; sotto invece sorgono i padiglioni dei malati, la cosiddetta “zona clinica”. Il teatro si trova dunque in una sorta di zona di confine tra la malattia e la guarigione, tra la reclusione e la libertà. A mettere in risalto questa sua funzione funge anche una grande scalinata che precede la zona dei servizi, facilitandone così l’accesso e mettendola in risalto.

Nell’Archivio Generale del Comune di Trieste sono stati trovati nove disegni riguardanti il teatrino del comprensorio di San Giovanni: prospetto, pianta delle fondazioni, tre piante del piano terra, con indicazioni sui serramenti, prospetto laterale e posteriore, sezioni trasversale e longitudinale.

I progetti sono essenzialmente serviti a far emergere l’aspetto che l’architetto aveva a quel tempo previsto per l’edificio considerando i cambiamenti sia interni che esterni a cui è stato sottoposto negli anni. La facciata principale era caratterizzata da un corpo centrale leggermente più sporgente rispetto ai due corpi laterali. Al centro, preceduta da alcuni gradini, vi era una grande apertura conclusa in alto da una volta a botte, la parte superiore di questa era caratterizzata da una vetrata, quella inferiore invece presentava il portone principale d’accesso sopra il quale sembravano incontrarsi due volute dalle quali emergeva lo stemma della città. Ai lati della apertura centrale era posta una porta sopra la quale si innalzava una ghirlanda formata da elementi vegetali e nastri intrecciati. Il tutto era sormontato da un tetto a spioventi. I due corpi laterali invece erano caratterizzati dalla presenza da quattro finestre di forma rettangolare separate da tre lesene.

Alle estremità delle due facciate laterali (sostanzialmente uguali) vi erano due avancorpi sporgenti verso l’esterno sormontati da un timpano, uno di questi presentava al centro una piccola porta, formata da due vetrate rettangolari e preceduta da alcuni gradini. Al centro poi presentavano tre grandi arcate chiuse da porte sormontate da finestre che seguivano l’andamento curvilineo delle arcate stesse.

La facciata postica tendeva essenzialmente a riprendere quella principale: un corpo centrale leggermente sporgente rispetto a quelli laterali. La parte centrale era caratterizzata al centro da una grande apertura di forma quasi quadrata con lo stipite superiore leggermente arcuato, questa era poi sormontata da una sorta di tettuccio, anch’ esso di forma curva. Questa particolare struttura fungeva essenzialmente da palcoscenico poiché l’apertura centrale era collegata con i camerini interni e d’estate potevano avere luogo delle rappresentazioni all’aperto. Il pubblico poteva sedersi all’aperto nello spazio di fronte al palcoscenico e gli attori recitare sul piccolo palco protetti dal tettuccio esterno. Ai lati dell’apertura centrale vi erano due piccole finestre di forma rettangolare sormontate da un timpano. Una serie di vetrate si aprivano sui corpi laterali, disegnati in maniera simile a quelli facciata principale.

Dai progetti emerge quindi l’idea di un edificio semplice, lineare, essenzialmente simmetrico nelle sue parti costruttive e nelle decorazioni. Lo stemma della città, le volute e le ghirlande decoravano la facciata principale, mentre quella posteriore era semplicemente abbellita dalla presenza dei due piccoli timpani sopra la finestre del corpo centrale, dunque anche in questo caso, come nel resto del comprensorio: un ricorso all’antico ben dichiarato.

Come si può notare dai disegni l’interno era costituito da una grande aula rettangolare, in corrispondenza dell’estremità dei lati lunghi erano posti quattro piccoli ambienti di servizio forma rettangolare.

Ad oggi il teatro non si presenta troppo differente rispetto ai disegni progettuali, la struttura è rimasta essenzialmente la stessa: un blocco centrale di forma rettangolare che gli angoli si incastra con altri ambienti più piccoli rettangolari. In particolare l’ultimo restauro (concluso nel giugno 2008) ha tentato di rispettare il più possibile l’aspetto che l’edificio doveva presentare al momento dell’apertura dell’ospedale psichiatrico. Vi sono ovviamente alcune differenze: rispetto ai disegni progettuali al posto delle ghirlande sopra le due porte della facciata principale troviamo oggi due piccole finestre di forma circolare e l’alabarda che sormontava il portone principale è stata oggi sostituita con una lira (evidente allusione alle arti sceniche).

Ma l’aspetto più interessante è che in origine la facciata si presentava come una superficie piana nella quale si apriva un profondo vano centrale vuoto, concluso in alto da una volta a botte. Tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 del ‘900, il teatro fu trasformato in cinema e, al fine di ospitare le attrezzature necessarie per la proiezione delle pellicole, la parte superiore arcuata del profondo vano che si apriva al centro della facciata è stata chiusa. Ancora oggi non è possibile ammirare la volta a botte che doveva aver sicuramente impressionato i visitatori dell’epoca poiché anche dopo l’ultimo restauro è rimasta chiusa.

Un aspetto estremamente importante dell’edificio è sicuramente la presenza di un altro palco sul retro del teatro che, collegato attraverso una porta con i camerini interni, permetteva agli attori di recitare all’aperto nelle calde sere d’estate. Questa caratteristica sembra rilevante perché rende il teatro dell’ospedale psichiatrico un unicum da questo punto di vista dato che non si trovano con grande facilità altri esempi di questo tipo.

Il pittore triestino Napoleone Cozzi si occupò della decorazione interna del teatro, dai documenti d’archivio sappiamo che il 29 agosto 1906 Cozzi aveva completato la decorazione del teatrino “eccettuata la parte inferiore delle pareti”, che invece aveva concluso entro il 21 dicembre del 1906. A questa data risale un altro resoconto di Braidotti in cui informava il Comune di Trieste che Cozzi “ha fino ad oggi eseguito a piena soddisfazione il lavoro di decorazione di tutti gli edifici eccettuato metà del padiglione per semi-agitati donne, del fregio del “Laboratorio pittori”, delle pareti interne della Chiesa e dello zoccolo e boccascena del teatrino”. Della vasta campagna pittorica effettuata da Napoleone Cozzi nel teatrino, di cui ci è rimasta un’unica testimonianza, una foto d’epoca, sono sopravvissute solamente le figure delle Muse dipinte sulle pareti: le figure pur essendo molto rovinate dimostrano come Cozzi risentisse dello stile di Scomparini.

È interessante rilevare come Cozzi non si dedicò solo alla decorazione del teatrino dell’ospedale psichiatrico di Trieste poiché dopo questa esperienza tra il 1909 e il 1912 lavorò con Giacomo Zammattio ad altri due progetti simili: il teatro di Pirano e quello di Pisino. Purtroppo il Teatro Sociale di Pisino è stato distrutto nel 1943 ma sappiamo che Zammattio lo progettò nel 1911, prevedendo all’interno le decorazioni di Cozzi. Invece per quanto riguarda il Teatro Tartini di Pirano Zammattio presentò il suo progetto nel 1909 e scelse come decoratore Napoleone Cozzi perchè era in grado di rispondere alle richieste dell’architetto per le decorazioni pittoriche e per il disegno del sipario. Il teatro fu poi inaugurato il 27 marzo 1910, suscitando l’ammirazione di tutti per la sua bellezza, l’aspetto moderno e funzionale. Oggi le decorazioni originali di Cozzi si possono ammirare solo in parte. Sulla facciata principale, tutti gli elementi architettonici – porta, lunette, oculi, fregio sotto il tetto del vestibolo e cornicione sotto il tetto del teatro – erano decorati con motivi di ispirazione rinascimentale. Il fregio che correva sotto il cornicione del tetto presentava su uno sfondo blu intenso ghirlande a fiori, tenute da figure umane e ritmate da medaglioni con volti stilizzati. Il tutto si ripeteva con meno sfarzo sulle facciata laterale e anche all’interno.

Nella sala teatrale Cozzi decorò il soffitto, le pareti e il boccascena. Le decorazioni di quest’ultimo sono eseguite in cartapesta e attorno alla scritta Tartini sono rappresentati quattro putti che tengono nelle mani nastri, ghirlande e corone vegetali. Seguono due grandi lire e due figure femminili che sembra riposino sedute sulla cornice del boccascena, sul lato sinistro sotto una di esse si legge la firma dell’autore, il tutto è bianco su uno sfondo grigio-blu. Subito, ai lati delle figure femminili, comincia la bordura blu scuro a ricordo della decorazione originariamente dipinta a festoni, che continua per l’intera lunghezza delle pareti. La superficie del soffitto, dipinta a tempera, è divisa in quattro aree che si chiudono verso il centro, formando così una quinta area centrale con il grande vano tondo reticolare di ventilazione e una decorazione vegetale sul fondo blu scuro. Un bordo a meandro e fasce decorate dividono le singole aree. Le quattro aree dipinte hanno al centro un piedistallo sorretto da grifoni con una o più figure femminili; questo motivo centrale è accompagnato da due alberelli stilizzati, ai lati seguono un treppiedi fumante e all’angolo una figura maschile che tiene una treccia di foglie che si snoda verso la parte centrale. Sui lati più corti c’è un’interessante fascia ornamentale a motivi vegetali. Il motivo centrale sono le nove Muse, le figlie di Zeus e Mnemosine, protettrici delle scienze e delle arti. Gli attributi delle figure e il loro numero complessivo confermano il programma iconografico; nell’area sovrastante il boccascena si erge Talia, la musa della commedia e del teatro, con il suo attributo, la maschera. A destra, siede Erato, protettrice della poesia lirica e amorosa con in mano la lira. Nella lunetta sul lato opposto Euterpe che personifica la musica e la poesia con il suo aulos  (una specie di doppio flauto), la accompagnano tre putti musicanti. Sul lato sinistro stanno Tersicore che rappresenta la danza e il canto corale e agita un tamburello, Urania che presiede all’astronomia e tiene in mano la sfera celeste e Polinnia, con una corona di alloro, protettrice dei canti sacri. Sul lato destro del soffitto Melpomene, la musa della tragedia, con la corona di alloro e un libro in mano, Clio che rappresenta la storia con il rotolo di pergamena e Calliope, musa della poesia epica, della filosofia e della retorica. Nel decorare un ambiente teatrale il pittore deve attenersi al programma iconografico e stilistico previsto per tali ambienti senza grandi possibilità di innovazione anche se Cozzi arricchisce il motivo tradizionale delle nove muse con un apparato di elementi decorativi in stile secessione: festoni, medaglioni, corone vegetali, maschere, nastri, alberi.

Nel Teatro Tartini di Pirano Napoleone Cozzi ripropone il tema delle Muse che lo aveva già impegnato a Trieste, rendendo così il teatro triestino un’importante precedente a cui guardare per capire come lo stile dell’autore si fosse evoluto a distanza di qualche anno.

Nell’Archivio Generale del Comune di Trieste si trova il preventivo di spesa per il Teatrino del Manicomio firmato Lodovico Braidotti e datato 1903. È suddiviso in varie sezioni: Opere da terrazziere e muratore, Opere da carpentiere, Opere da falegname, Opere da bandaio, Opere da fabbro, Opere da coloritore e pittore, Opere varie ognuna delle quali è suddivisa a sua volta in elenchi in cui vengono enumerati i materiali da utilizzare e i loro costi. Nella sezione Opere varie compaiono i punti dedicati alle decorazioni della facciata e della sala, proprio grazie a questo documento si può affermare con certezza che la decorazione del teatrino fosse stata ideata da Braidotti in fase progettuale.

L’edificio teatrale fa parte del nuovo manicomio di Trieste fin dall’origine, lo si trova infatti nel progetto di Lodovico Braidotti del 1903, posto su un terrazzamento. E di teatro si parla anche nel Programma Medico del 1896 redatto per offrire una guida agli ingegneri e agli architetti che avrebbero partecipato al concorso internazionale bandito dal comune di Trieste l’anno successivo. È probabile che questo sia stato costruito nel 1905, sicuramente doveva essere pronto nel 1906, anno in cui è iniziata la sua decorazione ad opera di Napoleone Cozzi. In ogni caso al momento dell’inaugurazione (1908) l’edificio era pronto per l’uso.

Ciò che si conosce sui materiali costitutivi del teatrino lo si può essenzialmente desumere dal preventivo del 1903, infatti emerge che parte della costruzione doveva essere fatta in pietra d’Istria. È rilevante l’utilizzo del calcestruzzo armato nella costruzione dell’edificio, materiale previsto dal tipo di soluzione che viene scelta per la copertura: il sistema Melan . Con questa procedura la volta fu costruita ad arco ribassato con tiranti in acciaio a contrasto della spinte. Lo stesso preventivo ci conferma questa ipotesi e dice: “costruzione completa della sala con il sistema Melan”. Aulo Guagnini precisa che “un sistema simile era già stato utilizzato dalla Pittel & Brausewetter per la Saale des Arbeiterheimes a Vienna (1902)”.

Da quando l’edificio è passato sotto la giurisdizione della Provincia di Trieste, si era pensato più volte di iniziare delle campagne di ristrutturazione e restauro sia dell’esterno che dell’interno dell’edificio.

Sia nel 1969 che nel 1988 erano stati indetti da parte della Provincia dei concorsi per affidare questo incarico: dalle relazioni delle imprese partecipanti sappiamo che era necessaria una ristrutturazione completa dell’edificio in modo che questo fosse in regola con le vigenti norme antincendio, un ammodernamento dei servizi, come l’impianto audio. E cosa non meno importante si riteneva necessario anche un restauro delle decorazioni interne, da affidare a personale altamente specializzato.

L’ultimo restauro promosso dalla Provincia di Trieste è stato portato e termine proprio quest’anno infatti il teatrino è stato riaperto, dopo molti anni di chiusura il 23 giugno. Il restauro prevedeva un sostanziale recupero della struttura di base, motivo per il quale non sono stati eseguiti cambiamenti radicali, in modo che la fisionomia odierna non si discostasse troppo dai disegni di Braidotti.

Nel giugno del 2008 si è concluso anche il restauro della decorazione interna. Ad un primo esame diretto i dipinti risultavano in precarie condizioni conservative: il degrado riscontrato era causato dalla naturale alterazione nel tempo, in relazione alla tecnica pittorica utilizzata, ma soprattutto a danni antropici subiti in tempi recenti. I fenomeni deturpanti maggiormente rilevabili consistevano in: offuscamento cromatico, dovuto prevalentemente a depositi superficiali di particellato estraneo incoerente, abrasioni, decoesione, sollevamenti e cadute della pellicola pittorica, con conseguente formazione di lacune cromatiche e sviluppo di colonie fungine. Inoltre erano presenti degli occultamenti più o meno ampi della pellicola pittorica dovuti ad una stesura poco accurata dell’intonaco. Tenendo conto delle condizioni conservative dei dipinti, della tipologia dei fenomeni di degrado, le operazioni di restauro sono consistite essenzialmente in:

  • prove e saggi preliminari per la definizione e puntualizzazione dei materiali da impiegare e della metodologia dell’intervento;
  • rimozione accurata dei depositi superficiali di particellato estraneo;
  • preconsolidamento e prefissaggio della pellicola pittorica;
  • rimozione e/o riduzione delle sovrapposizioni di malta estranea;
  • fissaggio e consolidamento finale della pellicola pittorica;
  • risarcimento di lacune e mancanze d’intonaco;
  • presentazione estetica con integrazione cromatica delle abrasioni e delle piccole mancanze e trattamento a neutro delle lacune e mancanze più ampie.

Verso la fine dell’Ottocento avvennero nell’architettura teatrale cambiamenti radicali che riguardano soprattutto l’introduzione di nuovi materiali e nuove tecniche: ferro, ghisa, cemento armato, illuminazione a gas e poco dopo elettrica, quest’ultima usata anche per azionare i macchinari. A dettare tutte queste novità è Vienna, da dove nel 1906 partirà la svolta decisiva in merito ai criteri costruttivi e alle misure di sicurezza antincendio. Da allora rientreranno obbligatoriamente nella valutazione della qualità di un teatro la presenza o meno di cortine di ferro, porte d’uscita, bocche antincendio, tipo e qualità d’illuminazione, sicurezza del palco, ampiezza degli spazi laterali.

Le nuove normative si ripercuotono sulla pianta del teatro, nella ripartizione degli spazi, nelle stesse decorazioni; cambia la scena, l’architettura dello spazio prende il posto della coulisse, le tela dipinta, e cambia il pubblico che si allarga alle classi medie-inferiori. Questa “democratizzazione” del teatro porta alla soppressione delle piccole logge a favore di posti equi in più file anche sui balconi. Anche il parterre cambia e viene inclinato verso il palco nel rispetto della visibilità e dell’acustica. Gli esterni invece mantengono un aspetto tradizionale con l’aggiunta di elementi decorativi liberty. Tutto questo per spiegare quanta importanza assumano in questo periodo la costruzione e la decorazione di teatri che divengono architetture nelle quali architetti e artisti possono sperimentare soluzioni innovative.

Così anche il teatro dell’ospedale psichiatrico di Trieste si inserisce in questo clima di cambiamento: la struttura è infatti essenziale, funzionale al suo scopo e soprattutto costruita con materiali e tecniche moderni (calcestruzzo armato, volta costruita secondo il sistema Melan). All’esterno l’edificio si presentava sicuramente molto essenziale, privo di orpelli decorativi, eccettuate le due ghirlande della facciata principale previste dal progetto, che ricordavano molto lo stile secessione della non troppo lontana Vienna. La decorazione interna era sicuramente più ricca ma anche più tradizionale, il soggetto di Cozzi non era innovativo ma la decorazione doveva sicuramente risultare piacevole agli occhi degli spettatori. Si trattava di costruire un teatro a tutti gli effetti, anche se destinato ad un ospedale psichiatrico, dunque per quanto si volesse risparmiare non era concepibile progettare un edificio spoglio; il teatro andava decorato e doveva divenire uno dei simboli di questa piccola città in miniatura che avrebbe aiutato i pazienti a non sentirsi troppo isolati, estraniati dal resto del mondo. E se proprio si vuole parlare di “democratizzazione” della struttura teatrale che cosa c’è di più democratico di portare il teatro e la rappresentazione scenica anche all’interno di un ospedale psichiatrico come possibile svago per i pazienti?

In questo contesto la presenza all’interno dell’ospedale psichiatrico del teatrino sia un fatto molto importante e di grande modernità; considerando che l’architettura faceva parte di un progetto terapeutico che concepiva la percezione dello spazio come un elemento chiave per la cura, e che l’obiettivo è quello di offrire ai ricoverati, anche attraverso gli edifici, l’idea che non erano prigionieri ma che abitavano un frammento di città, si comprende allora la necessità dell’edificio teatrale, quale elemento fondamentale per dare l’impressione di “normalità” ai pazienti. Infatti lo stesso Luigi Canestrini notava come “per mantenere elevato il morale dei malati e conservar loro que’ sentimenti religiosi, che avevano quando erano sani, anche nei manicomi si costruissero delle chiese; e per distrarre il loro spirito dalla considerazione della sventura propria e di quella degli altri, di cui sono testimoni si fabbricano teatri o sale per rappresentazioni di commedie, per concerti, o per qualche altro divertimento”. Dunque il teatro era considerato uno spazio importante tanto che in alcuni ospedali psichiatrici per motivi economici si pensò di adoperare ad uso di chiesa e di teatro lo stesso edificio. Ed è così che nell’istituto tedesco di Alt-Scherbitz o in quello austriaco di Mauer-Öhling vi era un unico edificio con due funzioni differenti: teatro e chiesa, strutture che non si potevano privare nemmeno a malati mentali.

Immagini d'epoca:

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Immagini attuali:

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Disegni:

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autori scheda:

Giulia Cosolini